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Un Doodle per Italo Calvino


In occasione dell’anniversario della nascita (oggi compirebbe 88 anni), Google dedica il suo doodle di oggi a Italo Calvino (1923-19859, raffigurando una scena delle Cosmicomiche. 


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Faccia Libro - Martin Amis

«Il Decennio dell’Io non si chiamò Decennio dell’Io fino al 1976. E nell’estate del 1970 era iniziato da sei mesi soltanto; ma chiunque poteva già essere abbastanza sicuro che gli anni Settanta sarebbero stati quelli dell’Io. Questo perché ormai qualunque decennio era un decennio dell’io. Non c’è mai stato niente che si potesse chiamare decennio del tu: tecnicamente parlando, i decenni del tu (nella lontana notte feudale) sarebbero stati conosciuti come decenni del voi. Gli anni Quaranta probabilmente sono stati l’ultimo decennio del noi. E tutti i decenni, fino al 1970, furono innegabilmente decenni del lui. Per cui il Decennio dell’Io era il Decennio dell’Io, ci mancherebbe – una nuova frontiera dell’autocentrismo. Ma il Decennio dell’Io era anche e incontestabilmente il Decennio di Lei. [...]
Erano sì nel Decennio di Lei – ma anche tutti quanti nella cuspide di Narciso. Non erano come i loro padri, né sarebbero stati come i loro figli. Perché si ricordavano com’era prima: il peso più lieve sull’individuo, quando la vita si viveva in modo più automatico… Furono i primi a frangere quel mare silenzioso, la cui superficie è uno scudo che rifulge come uno specchio. Giù alla grotta, sotto il pergolato, giacevano quasi nudi, coi loro strumenti del desiderio. Erano gli Occhi, erano l’È, erano riflessi, erano lucciole coi loro organi luminescenti.» 

Martin Amis, La vedova incinta (Einaudi, 2011)

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"Mood": una caduta di stile per Stile Libero

Da un po’ di tempo a questa parte Einaudi Stile Libero ha lanciato una nuova sottocollana, chiamata “Mood”, dedicata agli adolescenti o, per dirla all’inglese, agli young adult, segmento di lettori che in questi ultimi anni è stato particolarmente cullato e viziato perché fonte di grande ricchezza per le case editrici che azzeccano i tormentoni giusti. Il primo titolo della collana, uscito a fine 2010, è Quattro giorni per liberarmi di Jack di Lauren McLaughlin, la storia di una diciassettenne che ogni mese per quattro giorni si trasforma in un maschio con gli ormoni scatenati, una commedia leggera che affronta in maniera non stupida un tema difficile come quello della sessualità adolescenziale. La copertina di questo volume si differenzia dalla collana madre in maniera piuttosto sostanziosa: non c’è, come negli altri Stile Libero, un’immagine spalmata su tutta la copertina, essa è invece divisa in due spazi, uno superiore con il titolo a contrasto su uno sfondo di colore piatto, uno inferiore con una foto. Nel complesso – pur non avendo letto il libro – mi è parsa un’operazione editoriale interessante, un modo non cafone di sfruttare questa fetta di mercato tanto ambita, di allargare la fascia dei propri lettori senza però prenderli in giro.

Ma oggi, quando ho visto la copertina del nuovo volume uscito per “Mood” e dopo averne letto la sinossi e qualche commento in rete (sì, ok, non si può giudicare un libro solo dalla copertina e della quarta, però insomma, a volte si può), forse devo ricredermi sulla validità del progetto. Il libro in questione si intitola Numero sconosciuto, l’autrice è Giulia Besa, un’esordiente molto giovane (è nata nel 1990). Il romanzo (che la stessa quarta di copertina inquadra nel genere “urban fantasy”) è la storia di Sara, una ragazza che riceve delle chiamate da un personaggio misterioso che le ordina, minacciando la vita della sorella, di uccidere gli Dèi. Ma chi sono questi Dèi? Nella quarta leggiamo: «Forme delle passioni umane piú spietate, gli Dèi agiscono nel mondo a loro piacimento e corrompono ogni Materia di cui prendano possesso.» Sara si troverà quindi a uccidere le divinità che tutti conosciamo: Marte, Artemide, Persefone e compagnia bella. Ripeto: non è corretto stroncare un libro senza averlo letto e quindi mi fermerò qui.

È possibile però stroncarne la copertina e quella di Numero sconosciuto credo sia una delle più stroncabili che abbia visto in giro negli ultimi tempi. La copertina di Numero sconosciuto è di una bruttezza inquietante: sullo sfondo vediamo una dea dal ghigno malefico con una sciarpa attorno al collo e delle cime di alberi in lontananza. In primo piano, invece, quella che ci immaginiamo essere Sara, tiene in mano un fucile, col quale probabilmente dovrà uccidere i famigerati Dèi, e indossa una minigonna vertiginosa e una maglia scollatissima. Il tutto nel peggiore stile da copertina di libro fantasy.



Constata la bruttezza, il dubbio rimane: perché una casa editrice attenta alla propria estetica e che ha sempre mantenuto un gusto al di sopra della media come Einaudi deve adeguarsi ai peggiori trend in voga nel mondo editoriale più commerciale e spudorato?

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Cover Story: "Io non ho paura" - Niccolò Ammaniti

Prima edizione, Stile Libero, 2001


Nuova copertina, Stile Libero, 2007

La nuova veste grafica, Stile Libero  Big Light, 2011


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"Sezione suicidi" - Antonin Varenne

Molto spesso le quarte di copertina mentono, sono fuorvianti, promettono e non mantengono. Quarte che promettono libri esaltanti nascondo libri mediocri, quarte che annunciano capolavori celano libri noiosi e senza qualità. A volte però accade il contrario: che una quarta prometta un libro qualunque e il libro in questione si riveli invece molto ma molto di più. È il caso – a mio parare – di Sezione suicidi di Antonin Varenne. Presentato nella quarta come l’ennesimo noir con commissario problematico e bizzarro alle prese con una serie di omicidi da collegare e una matassa di cui trovare il bandolo, Sezione suicidi è invece un romanzo che del poliziesco classico ha ben poco, ed è invece un’amara, lucida e tristissima riflessione sulle prigioni in cui l’uomo viene rinchiuso, o in cui si rinchiude da solo, sulle torture a cui gli esseri umani vengono sottoposti o si sottopongono volontariamente.

Sospettato di aver spinto al suicidio un collega accusandolo di atti gravissimi e non dimostrati, il tenente Guérin viene esiliato nella Sezione Suicidi (che nemesi!) della polizia di Parigi. Il suo lavoro, ormai, consiste nell’accertare che le vittime si siano effettivamente tolte la vita in maniera volontaria. Guérin – un uomo basso, storto, perennemente avvolto in un lunghissimo e ridicolo impermeabile giallo – è sempre in bilico tra lucidità e follia, si strappa la carne dal cranio ed è persuaso che niente al mondo sia casuale, che tutto sia parte di un disegno più ampio, che ogni avvenimento sia in qualche modo collegato agli altri. Così anche una serie di suicidi, che ai suoi occhi si distinguono dagli altri per qualche impercettibile dettaglio ma che il lettore fatica a trovare sospetti, gli appare come una macchinazione di qualcuno che gioca a fare il dio con le vite degli altri. Trascinandosi dietro il suo vice, il biondo spilungone Lambert che ogni volta indossa la divisa di una squadra di calcio differente, in una Parigi piovosa e periferica, Guérin nella sua indagine s’imbatterà nell’indagine dell’americano John P. Nichols, arrivato a Parigi in seguito al suicidio del suo migliore amico, un fachiro omosessuale eroinomane dalle conoscenze piuttosto sospette.    

Chi cerca una storia che riservi brividi, palpitazioni, colpi di scena o anche semplicemente un noir dalla struttura classica, si allontani da questo libro in cui non c’è un assassino, non succede gran che, la storia si trascina piuttosto lentamente pervasa da una tristezza cupa e umida che a tratti sembra quasi soffocare il lettore. Non sono gli avvenimenti né la costruzione – imbastita da Varenne senza cura eccessiva – di una sorta di complotto politico internazionale a rendere questo romanzo una lettura affascinante, bensì le atmosfere, la tristezza struggente dei personaggi e delle situazioni, quel senso di sotterranea consapevolezza che, pur trattandosi di vicende lontanissime dal nostro quotidiano, si assista a qualcosa che ci coinvolge in prima persona in quanto esseri umani.
La lingua è spesso troppo caricata e forzata, talvolta cede a immagini metaforiche o simboliche crude o al limite dello scontato ma, se in un altro contesto potrebbe risultare irritante, risulta invece efficace nell’evocare questa atmosfera di angoscia strozzata. Varenne riesce a costruire un romanzo che – pur strizzandogli l’occhio con vari riferimenti – fuoriesce dalla categoria del noir e non è apparentato con i libri della Vargas – ai quali è stato paragonato e con i quali condivide ben poco oltre a certe atmosfere parigine. 


Antonin Varenne, Sezione suicidi
titolo originale: Fakirs
traduzione di Fabio Montrasi
Einaudi Stile Libero, 2011
pp.277, euro 18

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La casa editrice Einaudi: gli uomini e le idee




Luisa Mangoni, autrice della monumentale storia della casa editrice Einaudi Pensare i libri, parla dell’idea vincente di Giulio Einaudi: fare libri di qualità a prezzi accessibili.

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"Lessico famigliare" - Natalia Ginzburg

Ogni famiglia ha il proprio linguaggio comune, le parole, le frasi, i modi di dire, i soprannomi. Modi di usare la lingua che spesso un estraneo non potrebbe comprendere. Un linguaggio dell’affetto che unisce genitori, figli, fratelli, sorelle e, a volte, si allarga anche ai parenti meno stretti e agli amici. Leggendo il Lessico famigliare (Einaudi, Supercoralli, 1963,) di Natalia Ginzburg a ciascuno verranno in mente i modi di dire della propria famiglia che, seppur differenti da quelli della famiglia Levi (questo era il cognome da signorina di Natalia), ne avranno la stessa forza affettiva, evocativa, emozionale. “Sbrodeghezzi”, “sempio” e “sempiaggini”, “de cosa spussa l’acido cloridico”: sono solo alcune delle espressioni che i genitori di Natalia usano in continuazione e che, pur leggendole per la prima volta, hanno qualcosa di familiare, quasi come se portassero con sé un carico di ricordi talmente forti da insinuarsi nella nostra memoria come fossero ricordi anche nostri.


Lessico famigliare è la storia di una famiglia, una storia fatta di voci e parole, di gesti, di azioni, di legami. È la storia, attraverso il lessico rievocato, della famiglia Levi e di tutte le persone che attorno a essa giravano tra il primo dopoguerra e gli anni Sessanta. Tutto sembra essere sullo stesso piano narrativo: le gite in montagna e l’antifascismo, la guerra e i vestiti nuovi della mamma, le donne di servizio chiacchierone e il giovane intellettuale dagli occhi di ghiaccio che insieme a qualche amico fonda una casa editrice. Così in questo romanzo che non è un romanzo la storia familiare si intreccia con la storia di un popolo (gli ebrei) e di una nazione (l’Italia): vi si incontrano tra le pagine, mischiati alle persone che hanno fatto parte della vita della famiglia Levi, personaggi importanti della storia politica e culturale  italiana, da Filippo Turati a Giulio Einaudi, da Vittorio Foa a Cesare Pavese.
La Ginzburg parla di pari passo con il ricordo, non in retrospettiva: quando nomina per la prima volta Leone Ginzburg, ad esempio, non anticipa che sarà suo marito ma racconta cos’era Leone per lei nel periodo preciso che sta rievocando, ovvero niente di più che un amico del fratello Mario.
Quello che sorprende, a livello stilistico, è come il narrare della Ginzburg cresca man mano che aumenta la sua età nel racconto: se all’inizio la narrazione sembra una giustapposizione di aneddoti e ricordi, che segue il flusso della memoria,  via via si fa sempre più ricca di descrizioni e sempre più venata di un’intima malinconia.


Ciò che invece non cambia nel corso di tutto il libro è il fatto che la Ginzburg eviti accuratamente di parlare di sé, preferendo far emergere il proprio ritratto attraverso gli altri personaggi/persone. Persino quando parla del proprio matrimonio non si lascia andare a descrivere il proprio stato d’animo, né quando è costretta a parlare della tragica morte del marito (Ginzburg morì nel 1944 nel carcere di Regina Coeli dopo essere stato torturato dai nazisti).
Ma non c’è bisogno di abbandonarsi a sentimentalismi per far emergere il sentimento: lo troviamo infatti nelle sue parole, in tutto il libro, nel modo un po’ ironico e bonariamente beffardo con cui descrive i genitori, nel modo apparentemente distratto con cui menziona il proprio matrimonio, nel modo frettoloso con cui parla del suo lutto. E lo ritroviamo nelle descrizioni delle persone e delle cose a lei care.


“Alla fine dell’inverno, Leone Ginzburg tornò a Torino dal penitenziario di Civitavecchia, dove aveva scontato la pena. Aveva un paltò troppo corto, un cappello frusto: il cappello piantato un po’ storto sulla nera capigliatura. Camminava adagio, con le mani in tasca: e scrutava attorno con gli occhi neri e penetranti, le labbra strette, la fronte aggrottata e gli occhiali cerchiati di tartaruga nera, piantati un po’ bassi sul suo grande naso. […] Passava le serate con Pavese; erano amici da molti anni. Pavese era tornato da poco dal confino; ed era, allora, molto malinconico, avendo sofferto una delusione d’amore. Veniva da Leone ogni sera; appendeva all’attaccapanni la sua scarpetta color lilla, il suo paltò a martingala, e sedeva al tavolo. Leone stava sul divano, appoggiandosi col gomito alla parete. Pavese spiegava che veniva là non per coraggio, perché lui di coraggio non ne aveva; e nemmeno per spirito di sacrificio. Veniva perché se no non avrebbe saputo come passar le serate; e non tollerava di passare le serate in solitudine.”

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"Vizio di forma": omonimia einaudiana



A distanza di quarant’anni esatti l’uno dall’altro, Einaudi pubblica due libri con lo stesso titolo. Il primo è Vizio di forma di Primo Levi, una raccolta di racconti uscita nel 1971 nella collana dei “Coralli”. Il secondo è Vizio di forma di Thomas Pynchon, pubblicato in “Stile libero” nel 2011 e sul cui titolo sono state espresse alcune perplessità traduttologiche (il titolo originale è Inherent Vice).  
I titoli dei libri non sono infiniti.

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I diminutivi di Calvino

8 ottobre 1954

Caro Carocci,
ti accludo uno scritto d’un maestro elementare di Racalmuto (Agrigento) che mi sembra molto impressionante e interessante per «Nuovi Argomenti».
L’autore, Leonardo Sciascia, maestro elementare, è un giovane letterato molto intelligente che dirige laggiù una rivistina assai pulita («Galleria») e delle edizioncine di poesia.
Coi più cordiali saluti.

Italo


[I corsivi sono miei]

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FacciaLibro – Lalla Romano



Per me scrivere è stato sempre cogliere, dal tessuto fitto e complesso della vita qualche immagine, dal rumore del mondo qualche nota, e circondarle di silenzio. 


Lalla Romano, Nei mari estremi, 1987

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L'inettitudine dei NumeriPrimi°

Io certe cose del vasto e misterioso mondo dell’editoria ancora non le capisco. Ad esempio i NumeriPrimi°. No, non sto parlando di La solitudine dei numeri primi. Sto parlando di una nuova iniziativa editoriale che vede protagoniste le case editrici appartenenti al gruppo Mondadori, ovvero l’ammiraglia, Einaudi, Frassinelli, Piemme, Sperling&Kupfer.
Oggi sono andata in libreria (una pessima Mondadori) e ho trovato in bella vista grossi titoli di queste case editrici sotto le sembianze di strani tascabili ibridi. Libri brutti, sciatti, fatti male. I classici tascabili supereconomici alla Mondadori, ma neanche tanto economici (c’erano punte di 15 euro). Le immagini di copertina rubate alle edizioni originali. Il formato scialbo e insignificante. Il retro scopiazzato dalla ultima versione (quella un po’ rileccata) degli Oscar.
I NumeriPrimi° sono una collana nella quale confluiscono titoli di successo di queste cinque case editrici che vengono pubblicati in edizione economica a circa un anno dalla prima edizione. Le uscite previste sono circa 30-40 all’anno e i titoli, dopo un anno e mezzo di militanza in questa nuova collana, torneranno all’editore di provenienza. Le prime uscite, nelle librerie dal 25 marzo, sono:

John Grisham Ritorno a Ford County
Anne Holt La porta chiusa
Paolo Brosio A un passo dal baratro
Madeleine Wickham La compagna di scuola
Nicholas Sparks L’ultima canzone
Fabio Volo Il tempo che vorrei
Giancarlo De Cataldo Romanzo criminale
Dan Brown Il simbolo perduto
Mauro Corona Il canto delle manere
Fred Vargas Prima di morire addio
Clarissa Pinkola Estés Donne che corrono coi lupi
Alessandro D’Avenia Bianca come il latte, rossa come il sangue
Niccolò Ammaniti Che la festa cominci

L’operazione commerciale vede la collaborazione tra Mondadori e RobilantAssociati, una società di consulenza alle imprese che si occupa soprattutto di brand design e strategie di marca. Sul nome ovviamente c’è poco da dire: i numeri primi hanno portato bene già una volta a Mondadori, perché non tentare ancora la fortuna? Perché i titoli, invece di confluire in una collana a sé stante, non possano semplicemente inserirsi nelle collane di tascabili delle proprie case editrici è una questione che evidentemente i markettari di RobilanAssociati avranno a lungo studiato.
L’operazione ricorda quella di BEAT, che sta per Biblioteca degli editori associati di tascabili, ovvero la sigla sotto la quale escono in versione economica alcuni tra i titoli di maggior successo delle case editrici Neri Pozza, minimum fax e La nuova frontiera. Unione che ha più senso considerate le dimensioni delle case editrici che partecipano alla iniziativa. I prezzi di questi tascabili sono inoltre veramente economici, aggirandosi tra i 7 e i 9 euro, e i titoli sono sicuramente di maggiore qualità rispetto a quelli proposti dai NumeriPrimi° (troviamo ad esempio Cattedrale di Carver o E poi siamo arrivati alla fine di Joshua Ferris).

NumeriPrimi° si configura insomma come l’ennesima trovata commerciale di Mondadori, a cui non basta vendere i ravioli di Giovanni Rana nelle proprie librerie, a cui non basta controllare una fetta enorme del mercato librario italiano. A cui pare non bastare mai nulla.

Due titoli Einaudi della collana NumeriPrimi°

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Natalia Ginzburg e la traduzione (di Proust)

Mi fai tornare in mente un episodio che vede protagonista Natalia Ginzburg, in veste di traduttrice repressa dalla casa editrice Einaudi.

È un esempio pertinente. Ma lo racconta Natalia stessa, in una postfazione al volume STS1 che contiene la sua antica versione della Strada di Swann di Proust, che aveva inaugurato la nostra edizione della Recherche, in seguito ripubblicata negli Struzzi, con una revisione condotta sulla nuova edizione critica francese. La curatrice della revisione si era permessa degli interventi, senza avvertire Natalia. Lei allora si indigna e nell’edizione Sts ripristina il suo antico testo, avvertendone il lettore, spiegando tutto. Leggiamo anche noi: «Nell’entusiasmo gridai brandendo l’ombrello chiuso: zut zut zut», dice la traduzione di Natalia. E i revisori al posto di quel « zut zut zut» hanno corretto «Nespole!» Perché?, si chiede Natalia. «Questa mia traduzione, se devo giudicarla oggi, la giudico una traduzione difettosa ma appassionata. Penso che i revisori, quando una traduzione è difettosa ma appassionata, se ne dovrebbero accorgere, correggere gli sbagli ma sottoporre al traduttore le correzioni. Se non lo fanno, maneggiano qualcosa che non dovrebbe essere maneggiato senza consenso. Oggi, questa mia traduzione esce così com’era nel ’46: con qualche rara correzione dei revisori, che ho accettato, e qualche rara correzione mia. […] Nel ’37, Leone Ginzburg e Giulio Einaudi mi proposero di tradurre À la recherche du temps perdu. Accettai. Era folle propormelo e folle fu da parte mia accettare. Fu anche, da parte mia, un atto di estrema superbia. Avevo vent’anni. […] Imparai allora che cosa significa tradurre: quel lavoro di formica e di cavallo che è una traduzione. Quel lavoro che deve combinare la minuziosità della formica e l’impeto del cavallo» Leone continuò a darle consigli, poi non ebbe più tempo. Ci fu la guerra, Natalia perse a Pizzoli la traduzione, la ritrovò a guerra finita. «Per tradurre quei due volumi, ci avevo messo otto anni».

1. Acronimo che sta per Scrittori Tradotti da Scrittori, celebre collana di Einaudi.

tratto da Severino Cesari, Colloquio con Giulio Einaudi, Torino, 2007  

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FacciaLibro – Philip Roth



Mi era così profondamente radicata nella coscienza, che penso di aver creduto per tutto il primo anno scolastico che ognuna delle mie insegnanti fosse mia madre travestita. Come suonava la campanella dell'ultima ora, mi precipitavo fuori di corsa chiedendomi se ce l'avrei fatta ad arrivare a casa prima che riuscisse a trasformarsi di nuovo. Al mio arrivo lei era già regolarmente in cucina, intenta a prepararmi latte e biscotti. Invece di spingermi a lasciar perdere le mie fantasie, il fenomeno non faceva che aumentare il mio rispetto per i suoi poteri. Ed era sempre un sollievo non averla sorpresa nell'atto dell'incarnazione, anche se non smettevo mai di provarci; sapevo che mio padre e mia sorella ignoravano la vera natura di mia madre, e il peso del tradimento, che immaginavo avrei dovuto affrontare se l'avessi colta sul fatto, era più di quanto intendessi sopportare all'età di cinque anni. Credo addirittura di aver temuto che, qualora l'avessi vista rientrare in volo da scuola attraverso la finestra della camera o materializzarsi nel grembiule, membro dopo membro, da uno stato d'invisibilità, avrei dovuto per questo morire.
Philip Roth, Lamento di Portnoy

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"Non lasciarmi" - Kazuo Ishiguro


Non lasciarmi è un romanzo di Kazuo Ishiguro da cui è stato tratto un film che uscirà in Italia il 25 marzo. Non lasciarmi è la storia di un gruppo di bambini – poi adolescenti, poi adulti – che crescono nel misterioso collegio Hailsham e, fin da piccoli, sanno di non essere destinati a una vita normale ma a qualcosa di speciale. In collegio vengono seguiti da dei tutori che li incoraggiano particolarmente a esprimere la loro creatività attraverso il disegno, la scultura, la poesia. Periodicamente, un’inquietante e silenziosa donna, Madame, arriva in collegio per vedere i loro lavori migliori e ne porta via con sé alcuni, per inserirli nella sua personale “Galleria”. Piano piano i bambini crescono e apprendono in maniera frammentaria quello che sarà il loro futuro: saranno infatti dei “donatori”. Ma cosa significa questa parola? E cosa ne sarà di loro? Nel libro seguiamo la crescita di tre di questi bambini: Kathy (la naratrice), Tommy e Ruth, la loro amicizia, il loro amore, i loro litigi, il loro perdersi e poi ritrovarsi. È difficile parlare di questo libro senza svelare particolari della trama che non vanno assolutamente svelati. Si può forse soltanto parlare dell’atmosfera di questo romanzo, che se all’inizio sembra quasi un horror sui generis o un romanzo distopico (un misto tra Henry James e Philip Dick), poi si trasforma in una triste elegia della vita e della gioventù, dei difficili passaggi che segnano la crescita delle persone. Il doloroso processo di presa di coscienza di sé che avviene durante l’adolescenza viene qui narrato attraverso una storia al limite del fantascientifico eppure molto realistica nelle emozioni che suggerisce. Non lasciarmi è un libro pervaso di tristezza che, sullo sfondo di un paesaggio inglese verde, piovoso e ventoso, racconta una struggente storia d’amore e d’amicizia ma anche l'eterna ricerca dell'essere umano  del senso della propria esistenza.


Kazuo Ishiguro 
Non lasciarmi
titolo originale Never let me go
traduzione di Paola Novarese
Einaudi, 2006
296 pagine, euro 17, 50
edizione economica ET, 2007, euro 12


Nota 1: il titolo originale – Never let me go – è entrato dentro di me mentre leggevo questo libro, come una sorta di mantra che continuo a ripetermi. È una frase che ha una musicalità e una poesia che – ovviamente – la traduzione non possiede.


Nota 2: Never let me go è anche il nome di una canzone che la Kathy bambina ascolta continuamente, perdendosi in essa e immaginando una vita che non avrà. È una canzone che Ishiguro ha inventato ma che è stata composta apposta per il film. La potete sentire in questo video: 

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Dieci regole per scrivere narrativa - Jonathan Franzen

Tornano le dieci regole per scrivere narrativa. Quest’oggi tocca a Jonathan Franzen, l’autore del bellissimo romanzo Le correzioni e di Freedom che il 15 marzo uscirà per Einaudi tradotto da Silvia Pareschi.
Ecco le regole di Franzen:

1 Il lettore è un amico, non un avversario o uno spettatore.
2 La narrativa che non sia un’avventura personale dell’autore all’interno della paura o dell’ignoto vale la pena di essere scritta solo per soldi.
3 Non usate mai la parola “allora” come congiunzione: per questo scopo abbiamo “e”.  Sostituirla con “allora” è la non-soluzione al problema di avere troppi “e” sulla pagina di un autore pigro o che non sente il tono.
4 Scrivete in terza persona a meno che non troviate un’irresistibile voce in prima persona, una voce che si distingua veramente.
5 Dal momento che l’informazione è diventata libera e universalmente accessibile, fare corpose ricerche per un romanzo non ha più grande valore.
6 La narrativa più puramente autobiografica richiede la pura invenzione. “La metamorfosi” è la storia più autobiografica mai scritta.
7 Si vede di più stando fermi che rincorrendo qualcosa.
8 Dubito che chiunque abbia una connessione a internet dove lavora possa scrivere buona narrativa.
9 I verbi interessanti sono raramente davvero interessanti.
10 Prima di poter essere spietati dovete amare.

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FacciaLibro – J.D. Salinger



“Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra. È spaventoso. Perfino se vado in edicola a comprare il giornale, e qualcuno mi domanda che cosa faccio, come niente gli dico che sto andando all'opera. È spaventoso.
J.D. Salinger, Il giovane Holden

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FacciaLibro – Paul Auster



Cominciò con un numero sbagliato, tre squilli di telefono nel cuore della notte e la voce all'apparecchio che chiedeva di qualcuno che non era lui. Molto tempo dopo, quando fu in grado di pensare a ciò che gli era accaduto, avrebbe concluso che nulla era reale tranne il caso. Ma questo fu molto tempo dopo. All'inizio, non c'erano che il fatto e le sue conseguenze. La questione non è se si sarebbero potuti sviluppare altrimenti o se invece tutto fosse già stabilito a partire dalla prima parola detta dallo sconosciuto. La questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo.
Paul Auster, Città di vetro (in Trilogia di New York)

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"Io e Te" di Ammaniti diventa un film di Bertolucci

È uscito da poco e già sta per diventare un film: Io e te, l’ultimo libro di Niccolò Ammaniti, verrà portato al cinema da Bernardo Bertolucci, che manca dalle sale dal 2003, anno in cui uscì The Dreamers. Non è certo la prima volta che un libro di Ammaniti vede una trasposizione cinematografica: due volte ci ha pensato Gabriele Salvatores (Io non ho pauraCome Dio comanda) e prima di lui Francesco Ranieri Martinotti con Branchie e Marco Risi con L’ultimo capodanno (tratto dal racconto L’ultimo capodanno dell’umanità dalla raccolta Fango).


Lo scrittore si è dichiarato contento della collaborazione con il grande regista: «Sarà un piacere lavorare con Bernardo Bertolucci. Ha un atteggiamento distaccato e divertito allo stesso tempo, lontanissimo dall'essere paterno o paternalistico, ma sempre generoso nel trasmettere le sue storie».


Che si ami o meno Bertolucci, viene da pensare che questo potrebbe essere uno dei rari casi in cui il film risulta migliore del libro da cui è tratto (come di recente è accaduto con La solitudine dei numeri primi, film di Saverio Costanzo tratto dal libro di Paolo Giordano). 

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Dieci regole per scrivere narrativa - Elmore Leonard


Chi scrive, vuole scrivere, sogna di scrivere è sempre alla ricerca di consigli, spunti, dritte, ispirazioni. Speso sono gli stessi scrittori a consigliare agli aspiranti come scrivere; o meglio, gli scrittori codificano il loro modo di scrivere in regole più o meno precise. Lo hanno fatto in tanti: mi vengono in mente la Highsmith, Carver, Čechov, King, la Welty e altri. Oggi vediamo le famose dieci regole per scrivere narrativa di Elmore Leonard, lo scrittore americano conosciuto soprattutto per le sue crime novel, che spesso sono state portate sullo schermo come ad esempio Out of Sight (recentemente ripubblicato da Einaudi Stile Libero nella traduzione di Luca Conti) e Jackie Brown. Ecco le dieci regole di scrittura suggerite da Leonard; è divertente come, praticamente per ogni regola, Leonard porti un esempio che la smentisce, un’eccezione eccellente: se si ha talento, non c’è regola che tenga.

1. Non aprire mai un libro parlando del tempo. Se è solo per creare un’atmosfera e non per descrivere la reazione di un personaggio al tempo, non andare per le lunghe. Il lettore tenderà ad andare avanti in cerca di persone. Ci sono delle eccezioni. Se per caso sei Barry Lopez, che nel suo libro Artic Dream conosce più modi di descrivere il freddo e la neve di un eschimese, puoi parlare del tempo quanto ti pare.

2. Evita i prologhi: possono risultare noiosi, specialmente se si tratta di un prologo che segue un’introduzione che viene dopo una prefazione. Ma queste sono cose che si trovano di solito nella saggistica. In un romanzo il prologo è back-story e lo puoi inserire dove ti pare. C’è un prologo in Quel fantastico giovedì di Steinbeck ma va bene perché un personaggio del libro esprime esattamente cosa intendo con le mie regole. Dice: “Mi piace che si parli molto nei libri e non mi piace che qualcuno mi dica com’è il tipo che sta parlando. Voglio capire com’è dal modo in cui parla.”

3. Per gestire i dialoghi utilizza soltanto il verbo “dire”. La frase del dialogo appartiene al personaggio, il verbo è lo scrittore che ficca il naso. Ma “disse” è molto meno invadente che “bofonchiò”, “esclamò”, “mentì”. Una volta ho notato che Mary McCarthy aveva terminato una frase di dialogo con “asserì”: ho dovuto smettere di leggere e consultare il dizionario.

4. Non utilizzare mai un avverbio per modificare il verbo “dire” (“avvertì gravemente”)  Usare un avverbio in questo modo (o quasi in ogni modo) è un peccato mortale. Lo scrittore rischia usando una parola che distrae e che può interrompere il ritmo dello scambio. C’è il personaggio di uno dei miei libri che dice di scrivere romanzi d’amore storici “pieni di stupri e di avverbi”.

5. Vacci piano con i punti esclamativi. Te ne sono concessi non più di due o tre per 100.000 parole di prosa. Se hai con gli esclamativi la stessa abilità di Tom Wolfe, ne puoi mettere a bizzeffe.

6. Non usare mai la parola “improvvisamente”. Non c’è bisogno di spiegare questa regola. Ho notato che gli scrittori che usano “improvvisamente” tendono ad esercitare un minore controllo nell’uso dei punti esclamativi.

7. Usa con parsimonia dialetti, regionalismi, slang. Se cominci a riprodurre foneticamente nei dialoghi parole dialettali riempiendo la pagina di apostrofi, poi non potrai più fermarti. Fai caso al modo in cui Annie Proulx coglie il sapore delle voci del Wyoming nel suo libro di racconti Distanza ravvicinata.

8. Evita descrizioni dettagliate dei personaggi, cosa che Steinbeck faceva molto. In Colline come elefanti bianchi di Ernest Hemingway, che aspetto hanno “l’americano e la ragazza insieme a lui”? “Lei si era tolta il cappello e lo aveva messo sul tavolo”. Questo è l’unico riferimento a una descrizione fisica presente nella storia.

9. Non lanciarti in grandi descrizioni dettagliate di luoghi e oggetti, a meno che tu non sia Margaret Atwood e riesca a dipingere scene con le parole. Evita descrizioni che portino l’azione, il flusso della storia, a un punto morto.

10. Prova a escludere le parti che il lettore tende a saltare. Pensa a cos’è che salti tu quando leggi un romanzo: lunghi paragrafi di prosa che visibilmente contengono troppe parole. 

La regola più importante è quella che riassume le altre dieci: se si sente che è scritto, io lo riscrivo.



© Guardian

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Io e Te - Niccolò Ammaniti

Io e te è un libro carino. Un libro scritto bene, delicato, piacevole, che si legge bene e in poco tempo. Un libro con cui passare un piovoso pomeriggio di novembre, rintanati dentro casa. L'ho letto tutto d'un fiato, mi ha preso, tutto sommato mi è piaciuto. La fine non era nemmeno (troppo) scontata. Poi però, richiuso il libro, ho ripensato all'autore e ho un po' cambiato il mio punto di vista. Io e te è l'ultimo libro di Niccolò Ammaniti (romanzo? no, troppo breve. racconto? no, troppo lungo. Ma allora cos'è? un libro, manteniamoci sul generico). Non ho letto i suoi ultimi due romanzi, ma da Branchie (un piccolo culto per la mia generazione) a Io non ho paura, Ammaniti ha scritto libri belli, nuovi, scritti bene e soprattutto, a mio parere, è cresciuto, ha avuto un'evoluzione letteraria, passando dalle storie assurde e grottesche del primo romanzo e dei racconti (che gli hanno valso l'epiteto pulp) a una scrittura e delle tematiche molto più mature, come nel caso di Ti prendo e ti porto via e Io non ho paura. Fino alla coronazione del suo percorso letterario con la vittoria del premio Strega per Come Dio comandaIo e te, un libro esile che non aggiunge granché alla letteratura italiana e non lascia alcun segno nel lettore. Sì, l'adolescenza, la crescita e tutte le difficoltà che comporta: ma quanti libri abbiamo già letto su questo argomento? E quanti di questi libri erano migliori di Io e te? (che comunque non ha avuto critiche molto positive). Alla luce di questo percorso, mi chiedo cosa significhi un libro come
Io e te è un libro che se fosse stato l'esordio di un ventenne sarebbe potuto essere sicuramente degno di nota ma, essendo stato scritto da uno degli autori italiani più letti degli ultimi anni (inserito addirittura nei programmi scolastici!), ci fa riflettere con una punta di amarezza sullo stato letteratura italiana contemporanea.

Niccolò Ammaniti
Io e te
Einaudi Stile Libero Big
116 pagine, 10 euro

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