Cover Story: "Io non ho paura" - Niccolò Ammaniti

Prima edizione, Stile Libero, 2001


Nuova copertina, Stile Libero, 2007

La nuova veste grafica, Stile Libero  Big Light, 2011


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"Sezione suicidi" - Antonin Varenne

Molto spesso le quarte di copertina mentono, sono fuorvianti, promettono e non mantengono. Quarte che promettono libri esaltanti nascondo libri mediocri, quarte che annunciano capolavori celano libri noiosi e senza qualità. A volte però accade il contrario: che una quarta prometta un libro qualunque e il libro in questione si riveli invece molto ma molto di più. È il caso – a mio parare – di Sezione suicidi di Antonin Varenne. Presentato nella quarta come l’ennesimo noir con commissario problematico e bizzarro alle prese con una serie di omicidi da collegare e una matassa di cui trovare il bandolo, Sezione suicidi è invece un romanzo che del poliziesco classico ha ben poco, ed è invece un’amara, lucida e tristissima riflessione sulle prigioni in cui l’uomo viene rinchiuso, o in cui si rinchiude da solo, sulle torture a cui gli esseri umani vengono sottoposti o si sottopongono volontariamente.

Sospettato di aver spinto al suicidio un collega accusandolo di atti gravissimi e non dimostrati, il tenente Guérin viene esiliato nella Sezione Suicidi (che nemesi!) della polizia di Parigi. Il suo lavoro, ormai, consiste nell’accertare che le vittime si siano effettivamente tolte la vita in maniera volontaria. Guérin – un uomo basso, storto, perennemente avvolto in un lunghissimo e ridicolo impermeabile giallo – è sempre in bilico tra lucidità e follia, si strappa la carne dal cranio ed è persuaso che niente al mondo sia casuale, che tutto sia parte di un disegno più ampio, che ogni avvenimento sia in qualche modo collegato agli altri. Così anche una serie di suicidi, che ai suoi occhi si distinguono dagli altri per qualche impercettibile dettaglio ma che il lettore fatica a trovare sospetti, gli appare come una macchinazione di qualcuno che gioca a fare il dio con le vite degli altri. Trascinandosi dietro il suo vice, il biondo spilungone Lambert che ogni volta indossa la divisa di una squadra di calcio differente, in una Parigi piovosa e periferica, Guérin nella sua indagine s’imbatterà nell’indagine dell’americano John P. Nichols, arrivato a Parigi in seguito al suicidio del suo migliore amico, un fachiro omosessuale eroinomane dalle conoscenze piuttosto sospette.    

Chi cerca una storia che riservi brividi, palpitazioni, colpi di scena o anche semplicemente un noir dalla struttura classica, si allontani da questo libro in cui non c’è un assassino, non succede gran che, la storia si trascina piuttosto lentamente pervasa da una tristezza cupa e umida che a tratti sembra quasi soffocare il lettore. Non sono gli avvenimenti né la costruzione – imbastita da Varenne senza cura eccessiva – di una sorta di complotto politico internazionale a rendere questo romanzo una lettura affascinante, bensì le atmosfere, la tristezza struggente dei personaggi e delle situazioni, quel senso di sotterranea consapevolezza che, pur trattandosi di vicende lontanissime dal nostro quotidiano, si assista a qualcosa che ci coinvolge in prima persona in quanto esseri umani.
La lingua è spesso troppo caricata e forzata, talvolta cede a immagini metaforiche o simboliche crude o al limite dello scontato ma, se in un altro contesto potrebbe risultare irritante, risulta invece efficace nell’evocare questa atmosfera di angoscia strozzata. Varenne riesce a costruire un romanzo che – pur strizzandogli l’occhio con vari riferimenti – fuoriesce dalla categoria del noir e non è apparentato con i libri della Vargas – ai quali è stato paragonato e con i quali condivide ben poco oltre a certe atmosfere parigine. 


Antonin Varenne, Sezione suicidi
titolo originale: Fakirs
traduzione di Fabio Montrasi
Einaudi Stile Libero, 2011
pp.277, euro 18

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Cover Story: Alice Stevenson - Barbara Trapido - Bloomsbury

Le deliziose copertine di Alice Stevenson per i romanzi di Barbara Trapido editi da Bloomsbury.








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Cover Story: "Traumnovelle" - Arthur Schnitzler

 Arthur Schnitzler e la sua Traumnovelle tra Schiele, Klimt e Kubrick.















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La casa editrice Einaudi: gli uomini e le idee




Luisa Mangoni, autrice della monumentale storia della casa editrice Einaudi Pensare i libri, parla dell’idea vincente di Giulio Einaudi: fare libri di qualità a prezzi accessibili.

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"Lessico famigliare" - Natalia Ginzburg

Ogni famiglia ha il proprio linguaggio comune, le parole, le frasi, i modi di dire, i soprannomi. Modi di usare la lingua che spesso un estraneo non potrebbe comprendere. Un linguaggio dell’affetto che unisce genitori, figli, fratelli, sorelle e, a volte, si allarga anche ai parenti meno stretti e agli amici. Leggendo il Lessico famigliare (Einaudi, Supercoralli, 1963,) di Natalia Ginzburg a ciascuno verranno in mente i modi di dire della propria famiglia che, seppur differenti da quelli della famiglia Levi (questo era il cognome da signorina di Natalia), ne avranno la stessa forza affettiva, evocativa, emozionale. “Sbrodeghezzi”, “sempio” e “sempiaggini”, “de cosa spussa l’acido cloridico”: sono solo alcune delle espressioni che i genitori di Natalia usano in continuazione e che, pur leggendole per la prima volta, hanno qualcosa di familiare, quasi come se portassero con sé un carico di ricordi talmente forti da insinuarsi nella nostra memoria come fossero ricordi anche nostri.


Lessico famigliare è la storia di una famiglia, una storia fatta di voci e parole, di gesti, di azioni, di legami. È la storia, attraverso il lessico rievocato, della famiglia Levi e di tutte le persone che attorno a essa giravano tra il primo dopoguerra e gli anni Sessanta. Tutto sembra essere sullo stesso piano narrativo: le gite in montagna e l’antifascismo, la guerra e i vestiti nuovi della mamma, le donne di servizio chiacchierone e il giovane intellettuale dagli occhi di ghiaccio che insieme a qualche amico fonda una casa editrice. Così in questo romanzo che non è un romanzo la storia familiare si intreccia con la storia di un popolo (gli ebrei) e di una nazione (l’Italia): vi si incontrano tra le pagine, mischiati alle persone che hanno fatto parte della vita della famiglia Levi, personaggi importanti della storia politica e culturale  italiana, da Filippo Turati a Giulio Einaudi, da Vittorio Foa a Cesare Pavese.
La Ginzburg parla di pari passo con il ricordo, non in retrospettiva: quando nomina per la prima volta Leone Ginzburg, ad esempio, non anticipa che sarà suo marito ma racconta cos’era Leone per lei nel periodo preciso che sta rievocando, ovvero niente di più che un amico del fratello Mario.
Quello che sorprende, a livello stilistico, è come il narrare della Ginzburg cresca man mano che aumenta la sua età nel racconto: se all’inizio la narrazione sembra una giustapposizione di aneddoti e ricordi, che segue il flusso della memoria,  via via si fa sempre più ricca di descrizioni e sempre più venata di un’intima malinconia.


Ciò che invece non cambia nel corso di tutto il libro è il fatto che la Ginzburg eviti accuratamente di parlare di sé, preferendo far emergere il proprio ritratto attraverso gli altri personaggi/persone. Persino quando parla del proprio matrimonio non si lascia andare a descrivere il proprio stato d’animo, né quando è costretta a parlare della tragica morte del marito (Ginzburg morì nel 1944 nel carcere di Regina Coeli dopo essere stato torturato dai nazisti).
Ma non c’è bisogno di abbandonarsi a sentimentalismi per far emergere il sentimento: lo troviamo infatti nelle sue parole, in tutto il libro, nel modo un po’ ironico e bonariamente beffardo con cui descrive i genitori, nel modo apparentemente distratto con cui menziona il proprio matrimonio, nel modo frettoloso con cui parla del suo lutto. E lo ritroviamo nelle descrizioni delle persone e delle cose a lei care.


“Alla fine dell’inverno, Leone Ginzburg tornò a Torino dal penitenziario di Civitavecchia, dove aveva scontato la pena. Aveva un paltò troppo corto, un cappello frusto: il cappello piantato un po’ storto sulla nera capigliatura. Camminava adagio, con le mani in tasca: e scrutava attorno con gli occhi neri e penetranti, le labbra strette, la fronte aggrottata e gli occhiali cerchiati di tartaruga nera, piantati un po’ bassi sul suo grande naso. […] Passava le serate con Pavese; erano amici da molti anni. Pavese era tornato da poco dal confino; ed era, allora, molto malinconico, avendo sofferto una delusione d’amore. Veniva da Leone ogni sera; appendeva all’attaccapanni la sua scarpetta color lilla, il suo paltò a martingala, e sedeva al tavolo. Leone stava sul divano, appoggiandosi col gomito alla parete. Pavese spiegava che veniva là non per coraggio, perché lui di coraggio non ne aveva; e nemmeno per spirito di sacrificio. Veniva perché se no non avrebbe saputo come passar le serate; e non tollerava di passare le serate in solitudine.”

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FacciaLibro - Harold Brodkey



«Alzai la faccia – quell’esasperante elemento, la mia faccia – e guardai incantato la notte e le cime ondeggianti degli alberi e i rami che si muovevano avanti e indietro e la luna tonda incastrata nel cielo notturno, che mutava in madreperla i vicini nastri di nuvole. Era tutto assolutamente raro e come senza tempo. Che terribile senso di infelicità!»

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