Archive for 2011

Faccia Libro - Antonia Pozzi


NÀUFRAGHI

Nàufraghi sugli scogli
ognuno narra
a sé solo – la storia di una dolce casa
perduta,
sé solo ascolta
parlare forte
sul deserto pianto
del mare –

Triste orto abbandonato l’anima
si cinge di selvagge siepi
di amori;
morire è questo
riscoprirsi di rovi
nati in noi.

19 dicembre 1933

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Un Doodle per Italo Calvino


In occasione dell’anniversario della nascita (oggi compirebbe 88 anni), Google dedica il suo doodle di oggi a Italo Calvino (1923-19859, raffigurando una scena delle Cosmicomiche. 


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Faccia Libro - Martin Amis

«Il Decennio dell’Io non si chiamò Decennio dell’Io fino al 1976. E nell’estate del 1970 era iniziato da sei mesi soltanto; ma chiunque poteva già essere abbastanza sicuro che gli anni Settanta sarebbero stati quelli dell’Io. Questo perché ormai qualunque decennio era un decennio dell’io. Non c’è mai stato niente che si potesse chiamare decennio del tu: tecnicamente parlando, i decenni del tu (nella lontana notte feudale) sarebbero stati conosciuti come decenni del voi. Gli anni Quaranta probabilmente sono stati l’ultimo decennio del noi. E tutti i decenni, fino al 1970, furono innegabilmente decenni del lui. Per cui il Decennio dell’Io era il Decennio dell’Io, ci mancherebbe – una nuova frontiera dell’autocentrismo. Ma il Decennio dell’Io era anche e incontestabilmente il Decennio di Lei. [...]
Erano sì nel Decennio di Lei – ma anche tutti quanti nella cuspide di Narciso. Non erano come i loro padri, né sarebbero stati come i loro figli. Perché si ricordavano com’era prima: il peso più lieve sull’individuo, quando la vita si viveva in modo più automatico… Furono i primi a frangere quel mare silenzioso, la cui superficie è uno scudo che rifulge come uno specchio. Giù alla grotta, sotto il pergolato, giacevano quasi nudi, coi loro strumenti del desiderio. Erano gli Occhi, erano l’È, erano riflessi, erano lucciole coi loro organi luminescenti.» 

Martin Amis, La vedova incinta (Einaudi, 2011)

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Dieci regole per scrivere narrativa - Giulio Mozzi

Chi vaga per la rete alla ricerca di consigli su come scrivere sa che quanto di meglio si riesce a trovare sono i consigli di Giulio Mozzi. Oltre ad essere un ottimo scrittore, infatti, Mozzi si preoccupa anche in maniera assai attiva di insegnare agli altri le tecniche del suo mestiere. E lo fa senza risparmiarsi: tiene corsi di scrittura creativa e, per chi non ha soldi/tempo per frequentarli, mette a disposizione sul suo sito svariati materiali utilissimi e interessanti. Ad esempio le diciassette video-lezioni che vanno sotto il titolo di Inventare e raccontare storie: oltre che utili sono anche divertenti, il che non guasta.
Mozzi si offre inoltre di leggere manoscritti di autori esordienti/emergenti fornendo su di esse un giudizio: qui fornisce persino le istruzioni su come inviargli le opere.

Vi riporto qui (dietro sua gentilissima concessione) dieci regole sullo scrivere narrativa. 

1. È importante rileggere. Curiosamente, è un comportamento diffuso: molte persone evitano accuratamente di rileggere quello che hanno scritto. Questo non va bene. Bisogna diventare buoni lettori di sé stessi. La prima regola è: leggere qualche frase, o un capoverso, poi fermarsi e farsi un po’ di domande: fin qui va bene? ho detto tutto o ho dimenticato qualcosa? è tutto chiaro? ci sono particolari mancanti?

2. È importante essere avvincenti. Il primo desiderio di chi scrive è di essere letto: di essere letto tutto, fino in fondo, appassionatamente. Quindi un racconto o un romanzo deve essere innanzitutto avvincente. Come facciamo a capire se quello che abbiamo scritto è avvincente? Prendiamo dalla nostra libreria i dieci libri che consideriamo più avvincenti. Rileggiamoli, o almeno sfogliamoli, rileggiamo le pagine più emozionanti. Domandiamoci: che cos’è che rende così avvincenti questi libri (o queste pagine)? Poi leggiamo i nostri scritti, e facciamoci la stessa domanda. [Aggiunta 2011: è chiaro che, in questo modo, ciascuno si farà un'idea di avvincimento adeguata al lettore che egli stesso è].

3. La narrazione è soprattutto cose e fatti. Spesso ciò che ci spinge a scrivere è un sentimento (o un’emozione). Noi vorremmo che chi legge rivivesse quel sentimento. Questo è giusto. È ingenuo, però, credere che basti parlare di quel sentimento perché il lettore ne diventi partecipe. Sentimenti ed emozioni nascono da situazioni, avvenimenti, fatti, cose, ambienti, paesaggi, viaggi, oggetti, parole dette o sentite, sogni, visioni. Se vogliamo che lo stesso sentimento si produca in chi legge, dobbiamo raccontare situazioni, avvenimenti, fatti, cose, ambienti eccetera. Se ogni volta che mangio una granita al caffè mi commuovo, non devo parlare della mia commozione, ma descrivere la granita al caffè.

4. Raccontare è far vedere. Succede a tutti, nel leggere un libro appassionante, di vedere con gli occhi della mente ciò che viene raccontato: come se un film venisse proiettato davanti ai nostri occhi. Mentre scriviamo dobbiamo domandarci continuamente: che cosa sto facendo vedere al lettore, in questo momento? Se in un certo momento non stiamo facendo vedere niente al lettore, ecco: è come se gli presentassimo uno schermo tutto nero.

5. La narrazione è fatta di “scene” e “inquadrature”. Esattamente come i film, una narrazione consiste di un certo numero di “scene” e di “inquadrature”. Mentre raccontiamo dobbiamo avere bene presente quando finisce una scena o un’inquadratura e ne comincia un’altra. Un trucco utile è questo: suddividiamo il nostro testo in tanti capitoletti, non più lunghi di mezza pagina ciascuno, e diamo un titolo a ogni capitoletto. Quasi automaticamente divideremo il testo in “scene”, e mettere il titolo ad ogni scena ci aiuterà a capire che cosa effettivamente è “al centro della scena” in quelle righe.

6. Chi racconta la storia? Non sempre siamo noi a raccontare la storia. Possiamo inventarci un personaggio che la racconti al nostro posto. Possiamo farla raccontare al protagonista o a un personaggio secondario, che partecipa marginalmente all’azione (come il dottor Watson che racconta le avventure di Sherlock Holmes). Ma possiamo farla raccontare anche a un oggetto, a un animale, a una parte del corpo: immaginiamo la storia di Pinocchio raccontata dal suo naso o la storia del Gatto con gli stivali raccontata dagli stivali…

7. Attenti alle anticipazioni. “Giorgio non sapeva ancora che, accettando l’invito di quella donna, si sarebbe messo nei guai…”. È facile incontrare frasi così. Spesso si crede che con frasi così si aumenti la tensione e l’aspettativa. Non è vero: si ottiene l’effetto contrario. Ora io so che Giorgio, avendo accettato l’invito di quella donna, si metterà nei guai. Se non l’avessi saputo, se non avessi avuta questa “anticipazione” sulla storia, tutto per me – lettore – sarebbe stato più misterioso e avvincente.

8. Attenti al punto di vista. Se Giorgio mi racconta com’è andata tra lui e Giorgia, è evidente che conoscerò solo una metà della storia. Se invece a raccontare sarà Giorgia, conoscerò l’altra metà: e non è detto che i due pezzi coincidano, perché ognuno deforma la realtà secondo la sua percezione e il suo comodo. Così, quando facciamo raccontare la storia a un personaggio, o comunque la raccontiamo dal suo punto di vista, dobbiamo evitare di assumere, anche per un solo istante, il punto di vista d’un altro personaggio. Similmente, la storia raccontata da un personaggio può contenere solo quelle informazioni di cui quel personaggio può ragionevolmente essere in possesso. Infine: ricordiamoci che un personaggio, mentre ci racconta la sua storia, può anche mentire.

9. I dialoghi, che difficili! È proprio difficile far parlare i personaggi. Una conversazione scritta che appaia “naturale” è in realtà molto diversa da una conversazione reale. Si possono seguire alcune piccole regole: a) scrivere solo quelle battute di dialogo che contengono informazioni nuove per il lettore, b) scrivere solo le battute che non possono essere previste dal lettore, c) sostituire, quando si può, una battuta con un gesto espressivo, d) usare nel dialogo, quando si può, frasi “nominali”, cioè senza il verbo.

10. Entrare subito in argomento. Per ultimo mettiamo un consiglio sull’iniziare. Evitate di prendere le cose alla larga (Manzoni nei Promessi sposi l’ha fatto: ma noi non siamo Manzoni), entrate subito in argomento, e chiamando le cose col loro nome. “Era una bella giornata d’aprile. Un uomo aprì la finestra e si affacciò”. Meglio: “Giorgio aprì la finestra e si affacciò. Era una bella giornata d’aprile”. Sembra che non cambi quasi niente, invece cambia tutto: anziché cominciare con la meteorologia, cominciamo con un personaggio (reso evidente dal nome) e con un gesto: aprire la finestra e affacciarsi.
Qui trovate il post originale e i commenti.

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FacciaLibro - Raymond Carver



In definitiva, le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste, con la punteggiatura nei posti giusti in modo che possano dire quello che devono dire nel modo migliore. 

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"Le sorelle fatali" - Eleanor Brown

«La nostra è una storia trina, dalla linea di confine in continuo movimento, caotica, priva di equilibrio, di equanimità. Due contro una oppure una contro l’altra, mai tutte e tre insieme. Il giorno della nascita di Cordy, Rose si alleò con Bean. due contro una. E quando Bean si ribellò, rifiutandosi di partecipare ai giochi proposti da Rose, lei scoprì di potersi coalizzare con Cordy, che accettò docilmente il ruolo di gregaria. Due contro una.
Finché Rose non se ne andò di casa e fummo di nuovo divise, una contro l’altra.»


Illude questo romanzo, Le sorelle fatali di Eleanor Brown, illude perché mentre leggevo il paragrafo qui riportato ho pensato “Che bello, finalmente un libro che parla del rapporto tra sorelle in maniera non zuccherosa o scontata”. Mi sbagliavo, però. Il libro inizia con le tre sorelle Rosalinda, Bianca e Cordelia –  così chiamate dal padre professore di letteratura inglese ossessionato da Shakespeare – profondamente in crisi, sull’orlo del fallimento intimo e pratico. Tornate tutte e tre a vivere con i genitori, per differenti e disastrosi motivi, si trovano ad affrontare le proprie deludenti vite nonché la malattia della madre, colpita da un cancro al seno.  Se non mi aspettavo un capolavoro o una grande opera letteraria, con queste premesse mi aspettavo però un libro di grande drammaticità, seppure magari stucchevolmente esacerbata. Quello che, fino all’ultimo, non mi aspettavo era un happy ending di quelli grondanti melassa, con tanto di fiocchi di neve che cadono, dolcetti natalizi e tanto, tanto amore. La redenzione arriva, per le tre sorelle fatali, e nemmeno a un prezzo troppo caro. E i loro rapporti, nemmeno a farlo apposta, migliorano notevolmente con lo scorrere delle pagine.


Quello tra sorelle è un rapporto misterioso, pieno di tensione, di dinamiche psicologiche complesse e, spesso, spietate; se le sorelle sono due, è forse possibile trovare una sorta di equilibrio. Ma quando le sorelle sono tre c’è sempre un lato sbilenco: il rapporto tra tre sorelle è un triangolo scaleno, sempre pericolosamente in bilico. È anche un rapporto molto letterario, come dimostra l’opera di Čechov Tre sorelle o la vita stessa delle sorelle Brontë.

Ma Eleanor Brown, se riesce a intravedere la problematica di questo rapporto a tre, non sa sviscerarne il nucleo, né dipingerne almeno il fenomeno: il suo romanzo è poco più di un libro di chick-lit infarcito di citazioni shakespeariane (che fanno sempre la loro figura). Le sue tre sorelle non hanno neanche un briciolo della forza malefica e potentissima delle tre streghe del Macbeth. Una buona idea di fondo e un titolo splendido (l’originale, The Weird Sisters, lo è ancora di più) per un libro mediocre e inutile.  

Eleanor Brown, Le sorelle fatali
traduzione di Lucia Olivieri
Neri Pozza, 2011
pp. 366, euro 17 

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"Mood": una caduta di stile per Stile Libero

Da un po’ di tempo a questa parte Einaudi Stile Libero ha lanciato una nuova sottocollana, chiamata “Mood”, dedicata agli adolescenti o, per dirla all’inglese, agli young adult, segmento di lettori che in questi ultimi anni è stato particolarmente cullato e viziato perché fonte di grande ricchezza per le case editrici che azzeccano i tormentoni giusti. Il primo titolo della collana, uscito a fine 2010, è Quattro giorni per liberarmi di Jack di Lauren McLaughlin, la storia di una diciassettenne che ogni mese per quattro giorni si trasforma in un maschio con gli ormoni scatenati, una commedia leggera che affronta in maniera non stupida un tema difficile come quello della sessualità adolescenziale. La copertina di questo volume si differenzia dalla collana madre in maniera piuttosto sostanziosa: non c’è, come negli altri Stile Libero, un’immagine spalmata su tutta la copertina, essa è invece divisa in due spazi, uno superiore con il titolo a contrasto su uno sfondo di colore piatto, uno inferiore con una foto. Nel complesso – pur non avendo letto il libro – mi è parsa un’operazione editoriale interessante, un modo non cafone di sfruttare questa fetta di mercato tanto ambita, di allargare la fascia dei propri lettori senza però prenderli in giro.

Ma oggi, quando ho visto la copertina del nuovo volume uscito per “Mood” e dopo averne letto la sinossi e qualche commento in rete (sì, ok, non si può giudicare un libro solo dalla copertina e della quarta, però insomma, a volte si può), forse devo ricredermi sulla validità del progetto. Il libro in questione si intitola Numero sconosciuto, l’autrice è Giulia Besa, un’esordiente molto giovane (è nata nel 1990). Il romanzo (che la stessa quarta di copertina inquadra nel genere “urban fantasy”) è la storia di Sara, una ragazza che riceve delle chiamate da un personaggio misterioso che le ordina, minacciando la vita della sorella, di uccidere gli Dèi. Ma chi sono questi Dèi? Nella quarta leggiamo: «Forme delle passioni umane piú spietate, gli Dèi agiscono nel mondo a loro piacimento e corrompono ogni Materia di cui prendano possesso.» Sara si troverà quindi a uccidere le divinità che tutti conosciamo: Marte, Artemide, Persefone e compagnia bella. Ripeto: non è corretto stroncare un libro senza averlo letto e quindi mi fermerò qui.

È possibile però stroncarne la copertina e quella di Numero sconosciuto credo sia una delle più stroncabili che abbia visto in giro negli ultimi tempi. La copertina di Numero sconosciuto è di una bruttezza inquietante: sullo sfondo vediamo una dea dal ghigno malefico con una sciarpa attorno al collo e delle cime di alberi in lontananza. In primo piano, invece, quella che ci immaginiamo essere Sara, tiene in mano un fucile, col quale probabilmente dovrà uccidere i famigerati Dèi, e indossa una minigonna vertiginosa e una maglia scollatissima. Il tutto nel peggiore stile da copertina di libro fantasy.



Constata la bruttezza, il dubbio rimane: perché una casa editrice attenta alla propria estetica e che ha sempre mantenuto un gusto al di sopra della media come Einaudi deve adeguarsi ai peggiori trend in voga nel mondo editoriale più commerciale e spudorato?

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Cover Story: "Io non ho paura" - Niccolò Ammaniti

Prima edizione, Stile Libero, 2001


Nuova copertina, Stile Libero, 2007

La nuova veste grafica, Stile Libero  Big Light, 2011


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"Sezione suicidi" - Antonin Varenne

Molto spesso le quarte di copertina mentono, sono fuorvianti, promettono e non mantengono. Quarte che promettono libri esaltanti nascondo libri mediocri, quarte che annunciano capolavori celano libri noiosi e senza qualità. A volte però accade il contrario: che una quarta prometta un libro qualunque e il libro in questione si riveli invece molto ma molto di più. È il caso – a mio parare – di Sezione suicidi di Antonin Varenne. Presentato nella quarta come l’ennesimo noir con commissario problematico e bizzarro alle prese con una serie di omicidi da collegare e una matassa di cui trovare il bandolo, Sezione suicidi è invece un romanzo che del poliziesco classico ha ben poco, ed è invece un’amara, lucida e tristissima riflessione sulle prigioni in cui l’uomo viene rinchiuso, o in cui si rinchiude da solo, sulle torture a cui gli esseri umani vengono sottoposti o si sottopongono volontariamente.

Sospettato di aver spinto al suicidio un collega accusandolo di atti gravissimi e non dimostrati, il tenente Guérin viene esiliato nella Sezione Suicidi (che nemesi!) della polizia di Parigi. Il suo lavoro, ormai, consiste nell’accertare che le vittime si siano effettivamente tolte la vita in maniera volontaria. Guérin – un uomo basso, storto, perennemente avvolto in un lunghissimo e ridicolo impermeabile giallo – è sempre in bilico tra lucidità e follia, si strappa la carne dal cranio ed è persuaso che niente al mondo sia casuale, che tutto sia parte di un disegno più ampio, che ogni avvenimento sia in qualche modo collegato agli altri. Così anche una serie di suicidi, che ai suoi occhi si distinguono dagli altri per qualche impercettibile dettaglio ma che il lettore fatica a trovare sospetti, gli appare come una macchinazione di qualcuno che gioca a fare il dio con le vite degli altri. Trascinandosi dietro il suo vice, il biondo spilungone Lambert che ogni volta indossa la divisa di una squadra di calcio differente, in una Parigi piovosa e periferica, Guérin nella sua indagine s’imbatterà nell’indagine dell’americano John P. Nichols, arrivato a Parigi in seguito al suicidio del suo migliore amico, un fachiro omosessuale eroinomane dalle conoscenze piuttosto sospette.    

Chi cerca una storia che riservi brividi, palpitazioni, colpi di scena o anche semplicemente un noir dalla struttura classica, si allontani da questo libro in cui non c’è un assassino, non succede gran che, la storia si trascina piuttosto lentamente pervasa da una tristezza cupa e umida che a tratti sembra quasi soffocare il lettore. Non sono gli avvenimenti né la costruzione – imbastita da Varenne senza cura eccessiva – di una sorta di complotto politico internazionale a rendere questo romanzo una lettura affascinante, bensì le atmosfere, la tristezza struggente dei personaggi e delle situazioni, quel senso di sotterranea consapevolezza che, pur trattandosi di vicende lontanissime dal nostro quotidiano, si assista a qualcosa che ci coinvolge in prima persona in quanto esseri umani.
La lingua è spesso troppo caricata e forzata, talvolta cede a immagini metaforiche o simboliche crude o al limite dello scontato ma, se in un altro contesto potrebbe risultare irritante, risulta invece efficace nell’evocare questa atmosfera di angoscia strozzata. Varenne riesce a costruire un romanzo che – pur strizzandogli l’occhio con vari riferimenti – fuoriesce dalla categoria del noir e non è apparentato con i libri della Vargas – ai quali è stato paragonato e con i quali condivide ben poco oltre a certe atmosfere parigine. 


Antonin Varenne, Sezione suicidi
titolo originale: Fakirs
traduzione di Fabio Montrasi
Einaudi Stile Libero, 2011
pp.277, euro 18

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Cover Story: Alice Stevenson - Barbara Trapido - Bloomsbury

Le deliziose copertine di Alice Stevenson per i romanzi di Barbara Trapido editi da Bloomsbury.








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Cover Story: "Traumnovelle" - Arthur Schnitzler

 Arthur Schnitzler e la sua Traumnovelle tra Schiele, Klimt e Kubrick.















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La casa editrice Einaudi: gli uomini e le idee




Luisa Mangoni, autrice della monumentale storia della casa editrice Einaudi Pensare i libri, parla dell’idea vincente di Giulio Einaudi: fare libri di qualità a prezzi accessibili.

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"Lessico famigliare" - Natalia Ginzburg

Ogni famiglia ha il proprio linguaggio comune, le parole, le frasi, i modi di dire, i soprannomi. Modi di usare la lingua che spesso un estraneo non potrebbe comprendere. Un linguaggio dell’affetto che unisce genitori, figli, fratelli, sorelle e, a volte, si allarga anche ai parenti meno stretti e agli amici. Leggendo il Lessico famigliare (Einaudi, Supercoralli, 1963,) di Natalia Ginzburg a ciascuno verranno in mente i modi di dire della propria famiglia che, seppur differenti da quelli della famiglia Levi (questo era il cognome da signorina di Natalia), ne avranno la stessa forza affettiva, evocativa, emozionale. “Sbrodeghezzi”, “sempio” e “sempiaggini”, “de cosa spussa l’acido cloridico”: sono solo alcune delle espressioni che i genitori di Natalia usano in continuazione e che, pur leggendole per la prima volta, hanno qualcosa di familiare, quasi come se portassero con sé un carico di ricordi talmente forti da insinuarsi nella nostra memoria come fossero ricordi anche nostri.


Lessico famigliare è la storia di una famiglia, una storia fatta di voci e parole, di gesti, di azioni, di legami. È la storia, attraverso il lessico rievocato, della famiglia Levi e di tutte le persone che attorno a essa giravano tra il primo dopoguerra e gli anni Sessanta. Tutto sembra essere sullo stesso piano narrativo: le gite in montagna e l’antifascismo, la guerra e i vestiti nuovi della mamma, le donne di servizio chiacchierone e il giovane intellettuale dagli occhi di ghiaccio che insieme a qualche amico fonda una casa editrice. Così in questo romanzo che non è un romanzo la storia familiare si intreccia con la storia di un popolo (gli ebrei) e di una nazione (l’Italia): vi si incontrano tra le pagine, mischiati alle persone che hanno fatto parte della vita della famiglia Levi, personaggi importanti della storia politica e culturale  italiana, da Filippo Turati a Giulio Einaudi, da Vittorio Foa a Cesare Pavese.
La Ginzburg parla di pari passo con il ricordo, non in retrospettiva: quando nomina per la prima volta Leone Ginzburg, ad esempio, non anticipa che sarà suo marito ma racconta cos’era Leone per lei nel periodo preciso che sta rievocando, ovvero niente di più che un amico del fratello Mario.
Quello che sorprende, a livello stilistico, è come il narrare della Ginzburg cresca man mano che aumenta la sua età nel racconto: se all’inizio la narrazione sembra una giustapposizione di aneddoti e ricordi, che segue il flusso della memoria,  via via si fa sempre più ricca di descrizioni e sempre più venata di un’intima malinconia.


Ciò che invece non cambia nel corso di tutto il libro è il fatto che la Ginzburg eviti accuratamente di parlare di sé, preferendo far emergere il proprio ritratto attraverso gli altri personaggi/persone. Persino quando parla del proprio matrimonio non si lascia andare a descrivere il proprio stato d’animo, né quando è costretta a parlare della tragica morte del marito (Ginzburg morì nel 1944 nel carcere di Regina Coeli dopo essere stato torturato dai nazisti).
Ma non c’è bisogno di abbandonarsi a sentimentalismi per far emergere il sentimento: lo troviamo infatti nelle sue parole, in tutto il libro, nel modo un po’ ironico e bonariamente beffardo con cui descrive i genitori, nel modo apparentemente distratto con cui menziona il proprio matrimonio, nel modo frettoloso con cui parla del suo lutto. E lo ritroviamo nelle descrizioni delle persone e delle cose a lei care.


“Alla fine dell’inverno, Leone Ginzburg tornò a Torino dal penitenziario di Civitavecchia, dove aveva scontato la pena. Aveva un paltò troppo corto, un cappello frusto: il cappello piantato un po’ storto sulla nera capigliatura. Camminava adagio, con le mani in tasca: e scrutava attorno con gli occhi neri e penetranti, le labbra strette, la fronte aggrottata e gli occhiali cerchiati di tartaruga nera, piantati un po’ bassi sul suo grande naso. […] Passava le serate con Pavese; erano amici da molti anni. Pavese era tornato da poco dal confino; ed era, allora, molto malinconico, avendo sofferto una delusione d’amore. Veniva da Leone ogni sera; appendeva all’attaccapanni la sua scarpetta color lilla, il suo paltò a martingala, e sedeva al tavolo. Leone stava sul divano, appoggiandosi col gomito alla parete. Pavese spiegava che veniva là non per coraggio, perché lui di coraggio non ne aveva; e nemmeno per spirito di sacrificio. Veniva perché se no non avrebbe saputo come passar le serate; e non tollerava di passare le serate in solitudine.”

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